Il futuro dell’Europa in crisi nera
Niall Ferguson è uno storico scozzese che vive negli Stati Uniti in “un esilio autoimposto”, non è un federalista ma sostiene che il federalismo dell’Unione europea è ormai necessario; non è un fan dell’euro ma pensa che la disintegrazione dell’Eurozona debba essere evitata a tutti i costi – e qualsiasi cosa succeda, è bene che il Regno Unito stia fuori dalle beghe continentali, e che colga l’occasione per votare l’uscita dall’Ue. Leggi Altro che superstato, lavorare e competere (direbbe la Thatcher)
6 AGO 20

Niall Ferguson è uno storico scozzese che vive negli Stati Uniti in “un esilio autoimposto”, non è un federalista ma sostiene che il federalismo dell’Unione europea è ormai necessario; non è un fan dell’euro ma pensa che la disintegrazione dell’Eurozona debba essere evitata a tutti i costi – e qualsiasi cosa succeda, è bene che il Regno Unito stia fuori dalle beghe continentali, e che colga l’occasione per votare l’uscita dall’Ue. Tornato eccezionalmente a Londra per motivi di business – promuovere il paperback del suo ultimo libro (“Civilization: The Six Killer Apps of Western Power”) – Ferguson si è fatto intervistare dal Sunday Times, finendo sulla copertina del supplemento cultura con una Merkel con le trecce, le corna, il vestito tirolese con pettorina leziosa, in mano a mo’ di vassoio l’Unione europea e il titolo: “One nation (under Germany)”.
• Federalismo inevitabile. “Non sono un federalista, ma i costi della disintegrazione della moneta unica sono così alti e impatterebbero su così tante persone che l’unica cosa responsabile da fare è insistere per ottenere, con grande urgenza, un’Europa federale. Non vedo al momento alcuna alternativa che non sia un affare ben peggiore di questo”. La rottura del contratto dell’euro? “La gente parla come se la fine dell’euro fosse un’alternativa praticabile, ma non la è. E’ un’illusione pensare di poter cacciare fuori la Grecia senza scatenare un incubo contagioso attraverso i sistemi bancari dei paesi più periferici”, soprattutto se i “periferici” sono Spagna e Italia, la dodicesima e l’ottava economia più grandi del mondo.
• Federalismo inevitabile. “Non sono un federalista, ma i costi della disintegrazione della moneta unica sono così alti e impatterebbero su così tante persone che l’unica cosa responsabile da fare è insistere per ottenere, con grande urgenza, un’Europa federale. Non vedo al momento alcuna alternativa che non sia un affare ben peggiore di questo”. La rottura del contratto dell’euro? “La gente parla come se la fine dell’euro fosse un’alternativa praticabile, ma non la è. E’ un’illusione pensare di poter cacciare fuori la Grecia senza scatenare un incubo contagioso attraverso i sistemi bancari dei paesi più periferici”, soprattutto se i “periferici” sono Spagna e Italia, la dodicesima e l’ottava economia più grandi del mondo.
• Un’unione fatta per andare in crisi. “Credo che gli architetti dell’unione monetaria sapessero già che il loro modello avrebbe portato a una crisi e che la crisi avrebbe portato a una soluzione federalista. Non sono certo di quanto fosse preciso il piano, ma era implicito. In effetti ora possiamo dirlo: quel modello era fatto per creare una crisi”. Alla fine degli anni Novanta circolò un paper della Banca d’Inghilterra sull’ipotetica rottura dell’euro. Diceva che “il paese I” – e sull’identità del paese ci furono molte speculazioni ma mai un’esplicita ammissione – avrebbe avuto un deficit insostenibile. Poiché non c’era una clausola legale per uscire dall’euro, i costi di un’uscita sarebbero stati altissimi. “Ed era stato fatto apposta. Gli euroentusiasti hanno ottenuto quel che volevano: una volta raggiunto un livello di integrazione così avanzato, è impossibile tornare indietro. E fin da subito si pensava che fosse impossibile uscire, per questo non esiste una clausola. Non si sarebbe ottenuto il federalismo con altri mezzi”.
• Il bluff greco-tedesco. “E’ ancora possibile che il ‘game of chicken’ tra Atene e Berlino finisca con le due macchine che si scontrano. Ma io credo che entrambi sterzeranno all’ultimo minuto: i greci perché sanno che i costi dell’uscita sarebbero catastrofici per loro; i tedeschi perché – se ancora non l’hanno capito, a breve lo faranno – la crisi bancaria che deriverebbe con la fuga dei depositi dalle periferie sarebbe destabilizzante per tutta la zona euro, Germania inclusa. I greci dicono: ‘Non manterremo fede ai nostri impegni’. I tedeschi rispondono: ‘Allora siete fuori’. Stanno entrambi bluffando”. I tedeschi “hanno il più grande interesse a far sì che l’euro resista, qualsiasi cosa minacci l’unione monetaria rappresenta una minaccia anche per gli affari tedeschi”.
• L’amara pillola per i tedeschi. “Questa è la parte più difficile, ma questa è l’unica scelta che abbiamo, Mein Herr. Si può accettare la logica dell’èra Mitterrand/Kohl, che era: ‘Facciamo l’unione monetaria per ottenere un’Europa federale’. La logica degli anni Novanta era: ‘L’unione monetaria ci costringerà a un’unione fiscale sempre più stretta, che è una cosa difficile da vendere politicamente, e quindi la faremo accadere – ci arriveremo attraverso l’unione monetaria’. Questo è sempre stato il modello, ed è il motivo per cui anch’io ero contrario, essendo un euroscettico britannico. Ora siamo al momento della verità, quello in cui non puoi più continuare con la storiella di un’unione monetaria che può esistere indipendentemente da un’unione fiscale”. E l’altra opzione? “Come direbbe George W. Bush, e questo è il messaggio per Angela Merkel: ‘Questo stronzo sta finendo male’, siamo arrivati a quel punto”.
• Il motore del federalismo. “Il discredito in cui sono finite le élite politiche di molti paesi è l’argomentazione più forte al federalismo. Gli italiani disprezzano i politici, hanno dovuto prendere Mario Monti come premier non politico. I greci hanno votato contro i partiti maggiori. In tutta Europa, la politica nazionale è stata sminuita. Guardate l’Olanda o il Belgio. La politica nazionale nell’Europa continentale sta fallendo, aprendo così la strada a una soluzione federale che non viene ben compresa nel Regno Unito. Nel tempo abbiamo visto molti politici falliti a casa loro, come Jacques Delors, Roy Jenkins e Peter Mandelson, reincarnarsi a livello europeo. Una volta che diventi commissario europeo, ti rincarni in un eurocrate e, curiosamente, la tua credibilità aumenta”. L’Europa è “un fenomeno essenzialmente antipopulista, se non antidemocratico. L’integrazione europea è sempre stata un progetto dell’élite imposto agli elettorati nazionali”.
• Regno Unito fuori dall’Ue. Se si crea un’Europa federalista, Londra “non deve farne chiaramente parte”. In un’Europa così, “è impossibile restare nell’attuale posizione semidistaccata del Regno Unito. Non credo che altri paesi oggi membri dell’Ue vorranno seguirci in questa periferia senza potere”.
• Il bluff greco-tedesco. “E’ ancora possibile che il ‘game of chicken’ tra Atene e Berlino finisca con le due macchine che si scontrano. Ma io credo che entrambi sterzeranno all’ultimo minuto: i greci perché sanno che i costi dell’uscita sarebbero catastrofici per loro; i tedeschi perché – se ancora non l’hanno capito, a breve lo faranno – la crisi bancaria che deriverebbe con la fuga dei depositi dalle periferie sarebbe destabilizzante per tutta la zona euro, Germania inclusa. I greci dicono: ‘Non manterremo fede ai nostri impegni’. I tedeschi rispondono: ‘Allora siete fuori’. Stanno entrambi bluffando”. I tedeschi “hanno il più grande interesse a far sì che l’euro resista, qualsiasi cosa minacci l’unione monetaria rappresenta una minaccia anche per gli affari tedeschi”.
• L’amara pillola per i tedeschi. “Questa è la parte più difficile, ma questa è l’unica scelta che abbiamo, Mein Herr. Si può accettare la logica dell’èra Mitterrand/Kohl, che era: ‘Facciamo l’unione monetaria per ottenere un’Europa federale’. La logica degli anni Novanta era: ‘L’unione monetaria ci costringerà a un’unione fiscale sempre più stretta, che è una cosa difficile da vendere politicamente, e quindi la faremo accadere – ci arriveremo attraverso l’unione monetaria’. Questo è sempre stato il modello, ed è il motivo per cui anch’io ero contrario, essendo un euroscettico britannico. Ora siamo al momento della verità, quello in cui non puoi più continuare con la storiella di un’unione monetaria che può esistere indipendentemente da un’unione fiscale”. E l’altra opzione? “Come direbbe George W. Bush, e questo è il messaggio per Angela Merkel: ‘Questo stronzo sta finendo male’, siamo arrivati a quel punto”.
• Il motore del federalismo. “Il discredito in cui sono finite le élite politiche di molti paesi è l’argomentazione più forte al federalismo. Gli italiani disprezzano i politici, hanno dovuto prendere Mario Monti come premier non politico. I greci hanno votato contro i partiti maggiori. In tutta Europa, la politica nazionale è stata sminuita. Guardate l’Olanda o il Belgio. La politica nazionale nell’Europa continentale sta fallendo, aprendo così la strada a una soluzione federale che non viene ben compresa nel Regno Unito. Nel tempo abbiamo visto molti politici falliti a casa loro, come Jacques Delors, Roy Jenkins e Peter Mandelson, reincarnarsi a livello europeo. Una volta che diventi commissario europeo, ti rincarni in un eurocrate e, curiosamente, la tua credibilità aumenta”. L’Europa è “un fenomeno essenzialmente antipopulista, se non antidemocratico. L’integrazione europea è sempre stata un progetto dell’élite imposto agli elettorati nazionali”.
• Regno Unito fuori dall’Ue. Se si crea un’Europa federalista, Londra “non deve farne chiaramente parte”. In un’Europa così, “è impossibile restare nell’attuale posizione semidistaccata del Regno Unito. Non credo che altri paesi oggi membri dell’Ue vorranno seguirci in questa periferia senza potere”.